domenica 4 luglio 2010

E' guerra..



E' guerra..

racconto ideato pensato e sognato da njara


La matta voglia di urlare mi prende e mi si strozza in gola..non debbo farmi sentire..nessuno deve vedermi..ci sono i nemici intorno..è guerra..e guerra sia mi son detto tanto tempo fa..ma da quanto sono qui?? Un mese un anno una vita…non li conto più i giorni ormai..conto soltanto il fischio delle bombe che scendono dal cielo…i mortaretti imberbi che mi si frantumano fra le gambe..le mine che debbo cercare di non calpestare con i miei piedi stanchi..è guerra..e guerra sia mi sono detto tanto tempo fa.
…ho una moglie a casa..due figli..no quasi tre..anna sta per dare alla luce il terzo figlio..mi ha detto che è un maschio..lo chiamerò Filippo…o forse no..ma lo voglio vedere..voglio vedere il suo sguardo i suoi occhi che si aprono alla vita..voglio conoscere il suo sorriso…poi lo porterò alla partita e tiferemo insieme per la stessa squadra..mi piace avere un maschio…le mie due bimbe son cresciute…hanno cinque e sette anni…che carine che sono..hanno gli occhi di anna..sempre allegri sempre sorridenti…solo una lacrima spunta negli occhi di mia moglie..quando..si quando debbo ritornare in missione…allora mi giro..non la voglio vedere quella lacrima di dolore di separazione di dispiacere per una partenza che non sento più mia.
Ho quaranta anni…troppi per combattere..pochi per morire..ho terrore di morire..qualche anno fa non era cosi..ero spavaldo intrepido e audace..oggi ho paura di morire..di non poter più riabbracciare mia moglie le mie figlie e quel piccolo maschietto che ancora deve vedere la luce..
Lo chiamerò Filippo…mi piace il nome Filippo..mi ricorda un mio compagno di squadra..era attento quel ragazzo..attento e audace...non vigliacco come me che ho paura..non voglio più far la guerra…voglio tornare a casa..
.shhhh giù la testa capitano..
il capitano sono io…metto giù la testa d’istinto..quante volte ho messo giù la testa…giù la testa da piccolo..giù la testa da ragazzo…giù la testa da grande..poi mi sono arruolato e la testa l’ho chinata di nuovo per gloria per un pezzo di pane in più o forse solo per dimostrare a tutti che ero capace anche io di arrivare in cima…ma ora sono a terra..di cime ne vedo solo da lontano..e sono cime di montagne che non ho più voglia di valicare.
Quanti anni hai soldato??
Ventiquattro capitano.
Mi manca solo che si metta sull’attenti e che si faccia scoprire.
Comodo soldato comodo..come ti chiami??
Francesco.
Matteo è il mio nome.
Signorsi signor capitano.
Mi scappa da ridere poi da piangere poi la rabbia mi sale in corpo…siamo qui nascosti in una radura e lui mi dice signorsi signor capitano.
Siamo uguali io e te..smettila di chiamarmi signor capitano.
Non posso…la gerarchia..
Qui non esiste gerarchia…in mezzo alle bombe non deve e non può contare la gerarchia…mi chiamo matteo..ricordartelo…e mi chino per vedere se scorgo il nemico.
Non sento più niente..non vedo più niente...la pioggia inizia a scendere…mi volto…francesco non c’è più…forse non c’è nemmeno mai stato..forse mi sono inventato un compagno che faccia da scudo alla mia paura.
Ho voglia di alzarmi di mettermi a correre di volare via in alto in alto dove osano le aquile..ma io non sono un’aquila sono soltanto un soldato che ha un proiettile in corpo e che forse fra poco morirà..non voglio morire..voglio vivere…voglio vedere mia moglie le mie figlie e quel piccolo frugoletto che fra poco nascerà..
..non sento più le gambe..ho un forte dolore al petto…anna..anna dove sei?!
Sono qui signor capitano..matteo mi scusi..ora la porto in salvo..non vedo più nessuno...si appoggi a me..mi tenga stretto..siamo vicini..la guarnigione è a pochi passi..vedrà che andrà tutto bene..
È di nuovo qui..non me l’ero sognato e nemmeno immaginato..Francesco è qui e mi porterà in salvo..dio ti ringrazio..la luce..quanti bagliori ho davanti a me..sono stanco..non so se ho voglia di guarire..poi se guarisco debbo tornare a combattere..è guerra..ma io non voglio più fare la guerra..non più guerra sia..basta con la guerra..basta con le paludi..basta con tutto quanto..voglio tornare a casa e dipingere le pareti di un giallo paglierino…poi ci metterò fiori e piante..e costruirò sedie e mobili..mi piace tanto intagliare il legno..farne delle cose belle e preziose..perché sono qui..perché sono in guerra?? Non è la mia guerra..è la guerra dei potenti..che se la facciano da soli la loro guerra invece che starsene sdraiati al sole con il cellulare in mano pronti a dare ordini mazzette e comandi..odio la guerra…ma è guerra..non più per me però.
Capitano stanno arrivando..ora la portiamo al campo..vedrà capitano ce la farà..è forte lei..ed io l’ammiro tanto.
Sospiro..poi sorrido poi mi rabbuio..
Non ammirarmi soldato per una patria che non ci appartiene..non sono cosi coraggioso come pensi..sarò considerato un vigliacco perché voglio tornare a casa senza medaglie ne bandiere...amo mia moglie soldato e le mie due figlie..e fra poco nascerà Filippo e voglio insegnarli a intagliare il legno..forse non sarà il mestiere più glorioso del mondo..ma la gloria qui fa morire invece io voglio vivere.
…lei non è un vigliacco capitano..lei è…lei è…lei è matteo.
Grazie soldato..grazie Francesco..e grazie stelle grazie sole grazie cielo di farmi vedere di nuovo la mia famiglia..non tornerò più qui..ma sarete sempre con me..ovunque io andrò..ovunque io sarò..le stelle il cielo il sole non cambiano perché cambia il luogo..sono gli stessi in ogni direzione da cui li guardi..gli uomini no Francesco…gli uomini spesso purtroppo no.
Il cielo si volta..le stelle non ci sono..una leggera pioggia continua a cadere..sento le mani di due soldati che mi depongono sulla barella da campo..non sento più le gambe..forse però ce la faccio..forse torno a casa anche stavolta..ma domani..domani non sarò più qui a combattere una guerra non mia..domani…
È guerra capitano…combatti..
No signore..no signore!!!!


..njara


sabato 3 luglio 2010

Troppo spesso..



Troppo spesso..

pensieri confusi e disordinati di njara


...troppo spesso facciamo le cose perchè le abbiamo sempre fatte...troppo spesso diciamo le cose perchè le abbiamo sempre dette...troppo spesso mettiamo le chiavi sempre al solito posto perchè cosi va fatto..troppo spesso seguiamo regole precise che ci sono state tramandate dall'infanzia e dall'infanzia stessa dei nostri genitori...troppo spesso non pensiamo con la nostra testa perchè magari non sappiamo nemmeno di saper pensare o di possedere una testa...troppo spesso pensiamo al cuore come qualcosa che ci guida o che ci fa sbagliare strada solo perchè negli ultimi anni di questo cuore ne è stato fatto troppo vanto..troppo spesso piangiamo in silenzio al buio nascondendo il nostro dolore persino ai nostri occhi che in fondo di essere bagnati dalle nostre lacrime ne avrebbero proprio bisogno...troppo spesso non ridiamo con tutto il nostro corpo perchè ci è stato insegnato a ridere solo con la bocca....troppo spesso non illuminiamo i nostri sguardi coi sorrisi che sono nostri e solo nostri...troppo spesso pensiamo che il mondo potrebbe essere migliore seguendo una retorica che non ci appartiene....troppo spesso non giochiamo più come facevamo da bambini perchè ora siamo adulti in un mondo che dell'adulto ne ha fatto solo un'arma da porre contro tutti e chiunque...troppo spesso ci rifugiamo nei ruoli che la società vuole per noi....troppo spesso ci annoiamo solo se abbiamo un minuto libero da spendere per ciò che vogliamo fare..e sta proprio qui il bello della favola..che non sappiamo troppo spesso cosa vogliamo o non vogliamo fare..ci spaventa la libertà assoluta...come abbiamo un minimo di spazio lo dobbiamo subito occupare col fare qualcosa che a volte o troppo spesso pensiamo ci piaccia fare...troppo spesso sogniamo armi ed avventure...troppo spesso ci addormentiamo non perchè siamo stanchi ma solo per non pensare più a questo o a quest'altra cosa che ci assilla il quotidiano...troppo spesso facciamo cose che poi ci accorgiamo ci hanno fatto troppo male...troppo spesso speriamo in un "vissero felici e contenti" come quando da bambini qualcuno ci raccontava quel lieto fine avventuroso e pieno di cuore...troppo spesso...troppo spesso...troppo spesso...e allora perchè non eliminiamo quel "troppo spesso"...facciamolo mettendoci seduti davanti ad un immaginario fuoco ardente...che qualcuno prenda una chitarra su su da bravi...che qualcun altro intoni un motivetto...che qualcun altro ancora arrostisca due salsicce..e che qualcun altro...si levi in piedi...abbracci l'aria...e cominci a ballare una musica mai ascoltata...che il vento nostro amico soffi via i cattivi pensieri...che l'onda alle nostre spalle sollevi una conchiglia dorata da porre sui capelli di noi tutti...e che l'arcobaleno spunti all'orizzonte per creare un ponte...di felicità!!!!!!!!

..njara


venerdì 2 luglio 2010

Il sorriso di mio figlio..



..il sorriso di mio figlio..

racconto scritto pensato sognato da njara


Starsene seduti qui a riflettere è come se il tempo non trascorresse mai
Ho settant'anni. Settant'anni spesi male, a giudicare da come sono rimasto. Solo. Sono solo.
Mia moglie è morta da tempo ormai. Mio figlio... un figlio soltanto. Enrico...
Quanto tempo è trascorso. Vent'anni. Vent'anni che non lo vedo. Vent'anni che non sento la sua voce. Non è morto. Se n'è soltanto andato. Mi ha lasciato.
Un figlio può lasciare suo padre? Non siamo divorziati. Che stupido! Non esiste il divorzio fra un padre e un figlio. Esiste l'abbandono.
Di solito si legge che un padre abbandona suo figlio. A me è successo il contrario. Mio figlio vent'anni fa, non ha voluto più saperne di me...
come è potuto accadere? Io... gli ho voluto subito bene a quel faccino raggrinzito. Un bene inestimabile. Forse non gliel'ho mai detto. Ma a che servono le parole? Neanche mio padre mi ha mai detto che mi voleva bene... ma io non l'ho abbandonato. Io sono rimasto con lui. Fino alla fine. Fin quando stringendomi la mano, con un sussulto se n'è andato.
Ma io c'ero quel giorno...
Pallido. Consumato. Ma quanto mai forte. Non avevo mai visto mio padre cosi forte come il giorno che è morto.
Non parlò quel giorno mio padre. Ma tanto non faceva differenza, mio padre non parlava mai molto.
I suoi silenzi riempivano l'aria di tutti i giorni. I suoi sguardi. I suoi rari sorrisi...
mi piaceva veder sorridere mio padre. Era come veder sorgere il sole per me. Sentivo il calore quando la sua bocca si atteggiava al sorriso. Peccato fossero cosi rari. Peccato piovesse cosi spesso in casa mia...
la mamma... povera mamma. Deve aver sofferto tanto, accanto ad un uomo cosi.
Non era cattivo mio padre, solo cosi silenzioso... chissà se le ha mai detto ti amo.
Io a Laura lo dicevo spesso. Tante volte le sussurravo "ti amo"... lei no. Lei non me lo diceva mai... o quasi...
ah! Laura! Mi manchi sai... mi manca la tua voce. Mi mancano i tuoi sguardi. Mi mancano i tuoi silenzi.
Somigliava a mio padre Laura. Non nel fisico. Ma nel modo che aveva di starmi accanto.
Ricordo la prima volta che la vidi. Era gennaio. Un freddo gennaio di provincia.
La nebbia copriva le cose, mentre camminavo spedito verso casa.
Ero tornato dal militare da poco...
che brutta cosa la guerra... che brutta cosa... le bombe! Dio come fischiavano quando scendevano dal cielo.
Sembravano spilli quando erano lassù... ma poi.... uno spillo non ammazza tanta gente. Le bombe si...
avevo conosciuto un bambino. Un piccolo bambino di tre anni. Si chiamava Enrico.
Non riesco a dimenticarlo. Non ci sono mai riuscito in tutti questi anni. Eh si che ne sono trascorsi da quella volta...
aveva perso la mamma Enrico. Il papà era in guerra. Abitava con la nonna. L'avevo conosciuto mentre faceva la fila per prendere il pane...
un sorriso gli girava il volto, tanto era bello... a me sono sempre piaciuti i sorrisi. Scaldano il cuore i sorrisi... Enrico ce l'aveva caldo. Rassicurante. Aveva solo tre anni...
ricordo che non parlammo molto. Mi disse il suo nome e mi strinse la mano. Come un grande... come un uomo.
E poi in silenzio si mise in fila con la nonna...
indossava una giacchetta tre volte la sua misura. Pantaloncini corti e rossi... sembrava un clown. Non aveva il naso rosso però... solo un bel sorriso caldo.
Lo incontrai tre volte. E tutte e tre le volte, mi venne vicino, mi strinse la mano, mentre con un sorriso mi ripeteva il suo nome.
Poi quel giorno... la sirena fischiò in un momento. La folla assiepata davanti al negozio, iniziò a disperdersi... io non vidi più nulla se non le mie gambe che correvano. Mi infilai in un portone e senti il rumore. Amaro. Assordante. Orribile.
Mi chiusi le orecchie con le mani. Le narici fremevano alla puzza di gas che si spandeva nell'aria.
Le gambe, i piedi volevano soltanto dormire. Avrei voluto morire, pur di non uscire da quel portone...
avvertivo un senso di disagio allo stomaco. Come se mi attendessi chissà cosa... non era la prima volta che vedevo una bomba cadere. Che ne sentivo lo scoppio. L'odore di gas...
finalmente usci dentro il silenzio e le grida dei passanti...
mi avviai non so perchè al negozio del pane... la fila non c'era più. Tirai un sospiro di sollievo. Enrico non era li. Nemmeno sua nonna.
Le gambe ripreso il loro ritmo. Il respiro anche.
Noooooooooooo! Questo senti mentre mi giravo. Un no urlato, gridato, scorretto e scurrile...
non ce la feci a voltarmi. Presi a correre, a correre come non avevo mai fatto nella mia vita. Più correvo, più quel no mi premeva nella testa.
Enrico è morto gridava quel no. Enrico è morto...
non so perchè, ma lo sapevo. Sapevo che era cosi, dal momento stesso che il disagio dentro il portone mi aveva colto. Dal momento in cui... mi fermai all'improvviso. Cosi repentinamente come mi ero messo a correre.
Mi girai e camminai, finchè non giunsi davanti a quel no...
Era li. Fermo. Immobile. Una gambina sotto l'altra. I pantaloncini rossi sdruciti. Il cappello... no. Enrico non aveva cappello.... solo quella scarpa avvoltolata su se stessa in mezzo al marciapiede.
Mi chinai. Lo raccolsi fra le braccia. Sul suo viso l'ombra del sorriso c'era ancora.
Io la vidi. La presi. La portai con me, mentre deponevo il corpo fra le braccia di sua nonna...
povera donna. La figlia morta... il genero in guerra. Forse aveva anche qualche figlio a combattere chissà dove... ed ora Enrico...
fu li che decisi, che se avessi avuto un bambino, l'avrei chiamato come lui. Come quel piccolo sorriso che tenevo in tasca.
Ed ora eccomi qui. A settant'anni a chiedermi perchè mio figlio mi abbia lasciato.
Non è morto Enrico. Mi ha solo lasciato...
"Papà... papà"
"Chi sei?" due occhi bruni, mi guardano da sotto un cappello.
"Sono Lara, papà... la moglie di Enrico.
Enrico non ha moglie. Non si è mai sposato il mio Enrico. Che sta dicendo questa qui?
Meglio rimettersi a pensare. A che serve ascoltare chi non conosco...
"Papà... niente. Tutte le volte la stessa storia... non mi riconosce. Rifiuta la realtà. Enrico è morto, e lui non vuole accettarlo. Dice che se n'è andato vent'anni fa senza una spiegazione... e sono solo trascorsi due anni.
Da due anni lui è cosi... Suor Lucia, ho dovuto farlo, mi capisce. Non ce la facevo più. Tutti i giorni mi ripeteva la stessa storia... mi raccontava di un bambino di nome Enrico, morto sotto i bombardamenti... e poi diceva che aveva messo lo stesso nome a suo figlio, in ricordo di quel sorriso che lui teneva in tasca... povero papà..."
"Anche a noi l'ha raccontato. Ogni volta che qualcuno gli chiede come sta, lui attacca con questa storia. Povero signor Giorgio... a volte succede sa... a volte succede..."
Ma queste sono matte. Tutte e due. Ma che stanno blaterando. Povero Signor Giorgio...
Mica sono scemo. Mica sono malato... e se racconto quella storia, è perchè è accaduta. Perchè quel piccolo bambino non c'è più... che male c'è a parlarne...
Eh già. I vecchi ripetono sempre le stesse cose. I vecchi...
E quella donna che viene qui? Non mi dice sempre che è la moglie di Enrico? Ma lei non è vecchia... e nessuno le dice: "povera signora"
E poi Enrico non si è mai sposato. Enrico se n'è andato... mi ha lasciato, perchè sono stato un cattivo padre... non gli ho mai detto che gli volevo bene. Non gliel'ho mai detto... lo stringevo forte a me, ma non riuscivo a dirglielo.
Enrico non è morto.
Il bambino Enrico si. Mio figlio no. Mio figlio un giorno verrà qui. Lo so. Ne sono sicuro. Verrà qui, mi darà una scrollata ai capelli, come faceva sempre. Mi regalerà un sorriso. E mi dirà: "Vieni papà, andiamo a casa."
Io lo aspetto qui. Non mi muovo... non mi importa se questa qui... ma a che serve mentirsi ancora?
Io lo so che è mia nuora... io lo so. Ma non glielo dico. Lei... Enrico non è mai stato felice con lei... io lo sapevo. Lui me l'aveva detto tante volte. Povero Enrico... povero bambino mio.
Avevi soltanto cinquant'anni. Io dovevo morire. Non tu. Non riesco a perdonarmi di non essere morto io...non riesco a perdonarmi...
"Papà... papà... io vado a casa. Vengo domani, o dopodomani. Va bene?"
Non la guardo. Non la voglio guardare. Viene qui per pietà. Per compassione. Per farsi commiserare da queste suore. Che vuole da me? Che viene a fare?
A ricordami che Enrico è morto?
Io lo so che è morto. L'ho anche visto...
sono corso dopo quella telefonata dei carabinieri.
Corso, non è la parola giusta. Mi sono scapicollato in strada.
Mi sembrava di riudire il fischio delle bombe. Erano solo le sirene della polizia...
Avvertivo il senso di disagio nello stomaco. Lo stesso di quel giorno... e più forte arrivava, più io correvo.
Poi sono arrivato e l'ho visto. Un lenzuolo copriva un corpo... sapevo che era Enrico. Lo sapevo.
Avevo riconosciuto la scarpa in mezzo al marciapiede.
Ironia della sorte... anche se questa era più grande... più lucida... senza buchi sotto... somigliava all'altra. A quella piccola scarpina di tanti anni prima... ma questa era la scarpa di mio figlio.
Ricordo che l'ho raccolta. Poi mi sono avvicinato. Un carabiniere mi ha chiesto chi fossi. Alla mia risposta mi ha stretto il braccio... poi è sopraggiunta mia nuora. Gridava povera donna. Gridava come la... no! Non era lo stesso grido. Questo era più acuto. Più stridulo. E non c'era dolore nel suo grido. Solo stupore.
Ora lo so. In quel momento non ci feci caso. Ma ora lo so...
Comunque mi sono avvicinato al corpo. Ho tirato giù il lenzuolo. Ho visto un maglione azzurro. Una cravatta allentata e messa di sghimbescio. I capelli neri pieni di fili bianchi erano spettinati... glielo dicevo sempre a Enrico che aveva troppi capelli per quella testa...
poi sono sceso con lo sguardo... e ho visto il suo sorriso. Di nuovo, come quella volta, l'ho raccolto, e l'ho messo in tasca. Ho asciugato una lacrima su quel volto che amavo. Ho pianto in un attimo, una vita insieme a lui.
Poi me ne sono andato... ho camminato tanto quel giorno, la mano stretta nella tasca dei pantaloni a conservare qualcosa che era solo per me.
Il sorriso di mio figlio.
Glielo darò ad Enrico. Glielo darò quando verrà a trovarmi. Io lo so che verrà. Io lo so... e quel giorno gli dirò che gli voglio bene. Che gliene ho sempre voluto. E che mi dispiace non averglielo mai detto.
Ma io lo so che capirà. So che capirà questo vecchio brontolone, incapace di parlare... lo capirà perchè mio figlio è intelligente. Lui ragiona con il cuore. Mica come me che uso solo i piedi per correre...
Quando Enrico verrà, gli mostrerò il suo sorriso. Gli dirò che l'ho conservato per lui. Gli dirò che l'ho sempre tenuto con me... e che mi ha aiutato tanto a scaldarmi quando la pioggia cadeva fitta, e il vento soffiava impetuoso... glielo dirò a mio figlio... quando verrà.

..njara


giovedì 1 luglio 2010

elena e l'amore..



elena e l'amore..

breve racconto scritto pensato sognato da njara


...certamente non sapeva amare..ma poi elena si riscosse e pensò che amare sapeva amare..solo che seguendo un filo logico che la gente voleva lei aveva pensato per tutta la sua vita di non saper volere bene a nessuno..
ma il filo logico non esisteva..esisteva solo lei con la sua capacità d'amare tutta personale..e questo era ciò che non andava bene agli altri..gli stessi altri che l'avevano abbandonata facendole credere di essere una persona superficiale..una persona inadeguata..una persona sbagliata.
elena si alzò allora dalla poltrona..accese il fuoco nel camino e bruciò bruciò bruciò migliaia di pensieri che non le appartenevano ma che l'avevano accompagnata per quasi tutti gli anni della sua vita..poi guardando il fuoco scoppiettare pensò al suo ex marito..pensò ai suoi figli..ai suoi nipoti..pensò a tutto quanto..
e mentre pensava sorridendo dentro una lacrima che scese a bagnarle il cuore..lei si girò..con la lacrima ancora in tasca e sul viso..e scorse edoardo guardarla con tenero amore..un amore mai provato quello di elena per lui..un amore mai provato quello di edoardo per lei..
due teste si chinarono l'una accanto all'altra..due mani si intrecciarono dentro uno sguardo d'amore per la vita per loro stessi..e per quell'amore che aveva creduto in loro.

..njara

mercoledì 30 giugno 2010

si dice che..



si dice che..

brevi pensieri raccontati e pensati da njara




..si dice che l'indifferenza sia lo schiaffo peggiore che puoi dare ad una persona..sopratutto quando questa persona è tua nemica..
si dice che le parole sono nel vento e le porta il vento quando non sono sincere..
si dicono tante cose a questo mondo che poi non sono vere..ma in quei si dice a volte del vero c'è..e l'ho scoperto in un sogno..in una malia..in un amore mai provato..

chissà quanti schiaffi riuscirò a dare nella vita..
chissà quante parole riuscirò ancora a dire..
chissà quanti viaggi dovrò fare..
chissà quanti sogni dovrò ancora vivere..
chissà quanta felicità dovrò ancora raggiungere..


si dice che... i sogni non sono realtà..ma allora io di irrealtà vivo perchè vivo dentro..un sogno.

..njara


martedì 29 giugno 2010

Recensire un sorriso..si può??



Recensire un sorriso..si può??

pensieri distratti ed un po' bislacchi di njara


….stamane mi veniva in mente il film “FORREST GUMP”..è un vecchio film non c’è che dire..infatti è datato 1994..son trascorsi ormai ben 16 anni dalla sua uscita..ebbene si lo confesso..me lo sono visto ben 5 o 6 volte..forse anche qualcuna di più se osassi dirlo..ecco la parolina magica..osare…e chi non osa a questo mondo mostrarsi per quel che si è potrebbe pensare qualcuno che non ha altro di meglio da fare che puntare il suo pensiero e il suo ditino contro tutto e tutti??!..ci sono moltissime persone che non osano invece…non osano parlare..non osano dire ciò che pensano in realtà..non osano mostrarsi per ciò che sono per timore di essere poi derisi da queste personcine che dall’alto della loro sedia pulpito non fanno altro che criticare osannando soltanto loro stessi.
…non è facile al giorno d’oggi mostrarsi per ciò che siamo..tutti e oso dire tutti portiamo delle maschere..anche quelli che puntano il ditino in fondo portano delle maschere..perché raramente al primo sguardo o al primo acchito osano dire ciò che sono in realtà..di solito sono persone che si mostrano gentili..carine perché no..per poi quando la conoscenza è approfondita diventano ciò che sono..dei vampiri dell’anima.
..ma non è di questo che voglio parlare oggi..diciamo che oggi…ma no voglio parlare anche di questo..ma in toni più smorzati e non da criticona e da saccente..non mi piace esserlo..io amo tantissimo il motto vivi e lascia vivere..ma tant’è che il mondo sovente non ti permette ne di vivere..ne di lasciar vivere..e allora perché FORREST GUMP??
..perché il film parla di un bambino che poi si fa uomo..un bambino considerato..diverso dalla società di allora e dico anche da quella di oggi.
..ma vi immaginate incontrare un forrest gump sulla nostra strada??! Cosa penseremo noi sedendoci in quella famosa panchina in attesa di un autobus e sentirci raccontare la sua vita cosi come la racconta lui..con ingenuità..con candore..senza malizia e senza virtù..
..accidenti mi viene un groppo allo stomaco a scrivere queste cose..perché in fondo e senza in fondo anche io spesso mi sento un forrest gump..ma come nel film accade su quella panchina..nella realtà di tutti i giorni capita poco spesso che qualcuno ti stia realmente ad ascoltare senza sbuffare o senza guardarti dall’alto in basso come se tu fossi lo scemo del villaggio.
..ed io lo scemo del villaggio mi ci sono sentita parecchie volte..a me piace ascoltare in silenzio e nel silenzio..raccontare di me..bhè si mi piacerebbe se solo trovassi chi è disposto ad ascoltarmi nel mio stesso modo..senza giudizi ne pregiudizi..senza paure o timore di venir poi coinvolti in qualcosa che ci sembra troppo grande e che magari pensiamo non ci appartiene..perché vedete succede anche questo..che di primo acchito ci sono persone che si prestano all’ascoltono..poi una volta che ti hanno ascoltato fuggono impauriti da non si sa bene cosa..e ti lasciano li a pensare che magari..forse..chissà…avrò detto o fatto qualcosa che non va?!?
..poi con il passar del tempo ti rendi anche conto che tu persona in fondo non hai fatto nulla di male..hai solo raccontato…ed è questo che spaventa spesso il prossimo..il racconto..il parlare di se stessi a se stessi e agli altri di conseguenza..e in forrest gump c’è tutto questo..ci sono tutti questi ingredienti..e se solo avessi il dvd o la cassetta giuro che me lo riguarderei anche adesso…chiuderei tutto questo discorso e mi fonderei in poltrona alle 9.30 di mattina e invece che scrivere o pulire o o o o ..mi guarderei quel film che mi ha commosso..fatto arrabbiare..inasprito e inacidito verso quelle persone che prendevano in giro lui..solo lui..sempre lui…FORREST GUMP…lo splendore di un sorriso fresco ingenuo infantile..ma soprattutto..umano!!!
..ed ora per favore..in silenzio e nel silenzio..chiediamoci..ma chi sarà lo scemo del villaggio..lui e chi ancora crede che un sorriso spanda il mondo..o chi invece sale in cattedra e ci vuole insegnare..a vivere???!

..un grande smile a voi tutti che sorridendo mi avete..ascoltato!!!

..njara

lunedì 28 giugno 2010

Francesca ..e sonia.



Francesca..e sonia..

breve racconto scritto pensato sognato da njara



….c’era una volta un piccolo vaso di gerani seduto su una finestra di un cortile qualunque di un paese qualunque…era un piccolissimo vaso con dei gerani nati da poco…direi da pochissimo visto che gli steli erano ancora imbruniti dal riverbero estivo..
una bambina di nome Francesca viveva in quel cortile…ci viveva anche una donna di una tenera età..quell’età in cui si dice che non importa più nulla del tempo passato o del tempo futuro…quella tenera età in cui si dice che la verità viene fuori come il seme in primavera…
e le due donne si conoscevano….abitavano una instante all’altra…ogni mattina quando Francesca si preparava per andare a scuola vedeva sonia dalla finestra sorseggiare il primo caffè di una giornata…non si parlavano…si dicevano tanto con gli sguardi e con i gesti però…Francesca sorrideva…sonia alzava la tazzina di caffè e muoveva il capo sorniona.
…..sonia aveva un gatto color cioccolato….francesca non possedeva animali…sua madre non ne voleva in casa….e il piccolo geranio guardava tutto ciò da una delle finestre di quel cortile…
…..un giorno nevicò..poi un giorno la pioggia cadde fitta..finchè un giorno spuntò il sole…poi la luna fece capolino e le stelle….bhè le stelle non vedevano l’ora di affacciarsi in quel cortile…alle stelle piaceva comarare…e piaceva loro anche sonia e Francesca…due esseri umani che non si erano mai scambiati una parola….ma che con dei gesti e degli sguardi si aprivano un mondo tutto loro dove agli altri non era permesso entrare.
…una mattina Francesca guardò dalla finestra…il pulmino stava arrivando…ma sonia non c’era…e non c’era nemmeno la tazzina di caffè che si alzava per salutarla…e Francesca sentì una fitta in mezzo al petto…ma il pulmino arrivò e si portò via la stretta al cuore di Francesca..la portò in una scuola solitaria…dove Francesca non spense il pensiero per quella sua amica un po’ particolare..l’età le divideva…le comari del paese le dividevano…sua madre le divideva….le dicerie che sarebbero insorte se la loro amicizia fosse uscita le avrebbero divise.
….francesca tornò a casa in silenzio…corse però alla finestra…e sorpresa delle sorprese sonia era li…non aveva la tazzina in mano..ma un pennello e una tavolozza la contraddistinguevano dalle altre finestre del cortile.
Francesca sorrise…sonia con un gesto della mano la salutò invitandola ad andare da lei…Francesca non se lo fece ripetere due volte…corse..corse giù per le scale correndo per salirne altre..finchè si ritrovò senza fiato davanti ad una porta proprio uguale alla sua.
…stava per suonare…ma una mano amica aprì il portone…e Francesca si ritrovò davanti alla sua finestra che non le parve splendente ne solare..solo una finestra che guardava quando ne aveva voglia il cortile sottostante..poi il suo sguardo si spostò nella stanza e quello che vide le piacque…un gatto sorseggiava uno spicchio di sonno su una poltrona di pelle blu..una tavola era apparecchiata per due….al centro un mazzo di fiori…e….un piccolo vaso di gerani arancione spiccava in mezzo ad un disordine che a francesca sembrò il paradiso..due piccole caraffe di aranciata erano sopra quel tavolo..e sonia invitò con lo sguardo Francesca a bere con lei quel nettare cosi…cosi profumato.
Francesca si avvicinò…e nel farlo ringraziò sonia con la voce…ecco il quadro era completo ora…e sonia chinandosi sulla bambina le accarezzò la fronte imperlata di sudore…grazie a te bimba mia…grazie a te del tuo sorriso di ogni mattina..grazie dei tuoi pensieri….grazie di essere quello che sei…e nel dire tutto questo mostrò a francesca un dipinto nel quale c’era un gatto che sornione dormiva acciambellato su una poltrona tutta blu..e accanto…proprio li accanto c’era una bambina meravigliosa con un sorriso meraviglioso che salutava una donna che si chiamava sonia….una donna provvista soltanto… di una.tenera età!!!

..njara